Ieri sera al Teatro Brancaccio è tornata in scena La Divina Commedia Opera Musical, con la regia di Andrea Ortis, le musiche di Marco Frisina e i testi firmati da Gianmario Pagano insieme allo stesso Ortis.
Uno spettacolo che non lascia spazio a mezze misure: o si accetta il suo linguaggio ampio, dichiaratamente emotivo, oppure lo si osserva da lontano. La regia sceglie con decisione la via dell’intensità, costruendo un percorso che privilegia il ritmo e la continuità narrativa rispetto alla contemplazione statica. L’Inferno è serrato, fisico, quasi febbrile; il Purgatorio si distende in un respiro più lirico; il Paradiso si alleggerisce, cercando verticalità e trasparenza visiva.
Le proiezioni e l’impianto scenografico non sono semplici ornamenti spettacolari, ma strumenti drammaturgici integrati nell’azione. In alcuni momenti la ricchezza visiva rischia di sovrapporsi al testo, ma nel complesso l’equilibrio regge e sostiene la narrazione.
Le musiche di Marco Frisina si muovono tra solennità e teatralità. Non si limitano a evocare una dimensione spirituale, ma accompagnano emotivamente i personaggi, amplificando le tensioni interiori. Alcuni temi risultano particolarmente incisivi, altri svolgono una funzione più atmosferica, ma l’insieme mantiene coerenza stilistica.
Il centro emotivo della serata è senza dubbio Myriam Somma nel ruolo di Beatrice. La sua interpretazione evita l’iconografia distante e angelicata per restituire una figura luminosa ma viva. La presenza scenica è composta, mai eccessiva; lo sguardo comunica intensità prima ancora della voce. Vocalmente offre una linea pulita, controllata, priva di compiacimenti virtuosistici. Non cerca l’effetto, ma l’intenzione. Nel Paradiso la sua Beatrice diventa il fulcro della tensione spirituale dello spettacolo, riuscendo nell’impresa non semplice di rendere umano un simbolo assoluto.
Tra i ruoli di minor durata ma di forte impatto, spicca Antonio Sorrentino nei panni di Pier delle Vigne. La sua interpretazione è trattenuta, scavata, attraversata da un dolore che non si abbandona all’enfasi. Il timbro caldo e la misura recitativa conferiscono al personaggio una dignità struggente, evitando derive melodrammatiche.
Anche Federica De Riggi, nel doppio ruolo di Pia de’ Tolomei e della Donna, lascia un segno delicato ma incisivo. La sua Pia è fragile senza essere fragilezza, dolce senza risultare leziosa, in pochi minuti riesce a condensare malinconia e grazia, lavorando su sfumature più che su grandi gesti. Non mancano piccoli margini di miglioramento, soprattutto in alcune transizioni che potrebbero risultare più fluide. Tuttavia l’impianto complessivo dimostra solidità e una chiara visione artistica.
Ciò che resta, al termine della rappresentazione, non è soltanto la grandiosità visiva, ma una sensazione di coinvolgimento autentico. È uno spettacolo che crede profondamente in ciò che racconta e che punta all’emozione senza cinismo. E quando le luci si abbassano, rimane la voce di Beatrice: segno che il viaggio, teatralmente e spiritualmente, ha raggiunto il suo approdo.
Unica nota tecnica: l’uso delle proiezioni potrebbe essere più specifico e riconoscibile nello stile, a tratti risultano troppo eterogenee ed il dance mapping appare talvolta poco calibrato, finendo per “bagnare” i costumi e coprire i volti; un effetto che potrebbe dipendere anche dagli spazi del teatro e che probabilmente sfugge a uno spettatore non esperto di mapping, ma che a un occhio tecnico risulta evidente.
Si ringrazia per articolo
Stefano Turriziani
Si ringrazia ufficio stampa
Monica Menna
monica.menna@sisicommunication.it
Alessandra Teutonico
alessandra.teutonico@sisicommunication.it
Teatro Brancaccio











