Fin dalle prime scene, la bravura dei ballerini è apparsa evidente, non solo nella pulizia tecnica ma nella consapevolezza stilistica di una coreografia che non perdona: La Bayadère richiede controllo, musicalità, respiro ampio e un senso profondo dell’accademia. E tutto questo è arrivato nitido al pubblico.

La presenza degli ospiti, Sae Eun Park e Paul Marque, ha impreziosito ulteriormente la serata. Park ha incantato con una danza eterea, fatta di leggerezza apparente ma sostenuta da una tecnica solidissima, raffinata nei port de bras e nelle linee interminabili. Paul Marque, dal canto suo, ha unito  eleganza e potenza con una naturalezza disarmante: i suoi salti sono stati ampi, ma mai ostentati, sempre al servizio della narrazione.

Un’attenzione particolare anche all’etoile  Susanna Salvi, con la sua interpretazione di Gamzatti ha  confermato  ancora una volta di essere una ballerina di grande spessore artistico.

La sua tecnica è stata sicura, leggeremente imprecisa, ma ciò che ha colpito davvero è stata  la qualità del movimento: ogni passo è stato pensato, ogni posa respirata. C’è stata  maturità, presenza scenica, musicalità che ha avvolto lo spettatore senza mai gridare. La Salvi ha fuso presenza scenica e rigore tecnico, dando vita a un’interpretazione curata nei dettagli, dove nulla è stato lasciato al caso.

Merita una menzione speciale anche l’Idolo d’Oro, interpretato con grande forza scenica da Simone Agrò, il ballerino è stato capace di dare al personaggio un’aura solenne e magnetica.

La sua presenza in scena è stata potente, sostenuta da una tecnica sicura e da un controllo fisico che ha restituito tutta la sacralità e l’imponenza della figura. Al suo fianco, gli allievi della Scuola di Danza del Teatro dell’Opera di Roma hanno dato prova di grande disciplina e precisione, muovendosi con compattezza e attenzione, dimostrando non solo una solida preparazione tecnica ma anche una sorprendente maturità scenica. Un momento di forte impatto visivo e simbolico, che ha arricchito ulteriormente la lettura coreografica dello spettacolo e ha mostrato il valore del lavoro formativo portato avanti dalla Scuola.

 

Una menzione va fatta anche a Michele Satriano che ha interpretato il capo dei fachiri, autorevole, incisivo, è stato capace di dare al personaggio una forte identità scenica. La sua intepretazione, solida e ben delineata, ha contribuito a rafforzare il clima rituale e drammatico della scena, rendendola ancora più intensa e credibile.

Ma se c’è un momento che  è restato impresso nella memoria, è senza dubbio il terzo  atto, con l’apertura del Regno delle Ombre. Qui il Corpo di Ballo del Teatro dell’Opera di Roma ha raggiunto una vetta altissima: un’armonia quasi ipnotica, una precisione collettiva rara, una uniformità di linee e tempi che ha reso la scena semplicemente magnifica. Le discese delle Ombre erano un respiro unico, silenzioso, sospeso. Le variazioni, eseguite anche dalle ballerine del Corpo di Ballo, sono state impeccabili: pulizia, controllo, eleganza, senza mai perdere l’anima del pezzo.

Ancora una volta, Eleonora Abbagnato, direttrice del Corpo di Ballo, dimostra una visione chiara e ambiziosa: portare in scena grandi titoli del repertorio con qualità, rispetto della tradizione e una forte identità artistica. La Bayadère non è solo un balletto storico, ma una prova di maturità per una compagnia,  questa compagnia ha dimostrato di essere pronta. Un classico assoluto che, ancora una volta, ha dimostrato quanto la grande tradizione possa essere viva, pulsante, necessaria.eeee

Una serata che resta nel cuore, e che ricorda perché il balletto, quando è fatto così, è pura magia.

Gilda Laudisa

Si ringrazia :
Ufficio stampa Cosimo Menicone
Foto: Fabrizio Sansoni- Teatro dell’opera Roma